Tra distopia e consapevolezza: il Workshop della Scuola Superiore Sant’Anna

Tra distopia e consapevolezza: il Workshop della Scuola Superiore Sant’Anna

Di Annalisa Stretti

«Siamo ad un passo dalla distopia». Stop, pausa. Basterebbe questa frase, scambiata con uno dei relatori al termine della prima sessione di lavori, per raccontare i miei due giorni al Workshop Internazionale della Scuola Superiore Sant’Anna. Credo che dica quasi tutto.

Sono tornata da Pisa dopo due giorni intensi, nati dal lavoro del Professor Marco Solinas e di Gaia Fiorinelli che ringrazio per aver creduto nel valore del connubio tra accademia e territorio. MediaLab è stata chiamata a sedersi a un tavolo dove si incrociano le rotte di colossi come l’EBU (European Broadcasting Union), l’EDMO (European Digital Media Observatory), Pagella Politica, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e diversi prestigiosi Atenei internazionali — solo per citarne alcuni.

Professionalità diverse si sono incontrate e confrontate: tutto quello che portavano era legato indissolubilmente da un filo ben saldo: cos’è oggi l’informazione e soprattutto la disinformazione; come possiamo districarci in questa complessità e adottare le necessarie contromisure verso le narrazioni distorte, le notizie false, il serpeggiare del cospirazionismo ad ampio raggio sui temi più disparati.

Siamo passati da un mondo in cui l’informazione era centellinata a un’epoca in cui riceviamo in un giorno la quantità di stimoli che i nostri nonni avevano in un’intera vita. Questa velocità non è solo un dato statistico, è una sfida etica.

Lorenzo Alvisi (ricercatore dell’IMT di Lucca e del CNR) ha studiato come le teorie del complotto si diffondano su Telegram seguendo la “traccia” dei messaggi inoltrati da un gruppo all’altro. È un modo per mappare chi influenza chi. Il contenuto non conta più. Conta la regola dell’inoltro. Quando un messaggio viene rimbalzato, l’utente non lo percepisce come “una notizia da verificare”, ma come “una verità che ci vogliono nascondere“. L’inoltro diventa un meccanismo di validazione emotiva.

Ecco che si accende un faro anche sull’emotività, come conferma ampiamente il lavoro di Marco Solinas dal titolo L’“infalsificabilità” del complottismo come arma politica: velocità, tecnologia e “pancia” sono un mix letale. Se non si conoscono e non si spiegano i meccanismi, il cortocircuito è dietro l’angolo. Non è più tempo di considerare la Media Literacy come un’attività accademica di nicchia. È un imperativo categorico, come conferma anche l’Osservatorio MediaLab. Se anche i professionisti faticano a distinguere il reale dal sintetico, la formazione al pensiero critico diventa l’unico “sistema correttivo” possibile.

Bisogna formare i giovani, è necessario, non è un “di più”. I giovanissimi sono “intrisi” di digitale ma spesso privi di consapevolezza critica. Confondono la velocità con l’accuratezza, restando esposti a violazioni della privacy e bullismo senza nemmeno rendersene conto. A tal proposito ho riscontrato un altro filo rosso, ossia una questione di genere. Personalmente, parlando del lavoro di MediaLab — ossia della ricerca che ha campionato le abitudini dei Liguri in termini di informazione e utilizzo dell’ecosistema digitale — mi sono soffermata anche sul dato di inversione di genere nella fascia 14-17 anni.

 

The Paradox
Dalla presentazione: “Disinformation and Media literacy”- MediaLab

 

Analizzando il comportamento degli adolescenti liguri dai 14 ai 17 anni, i dati parlano chiaro. Se da un lato i ragazzi vantano grande sicurezza ma poca precisione, dall’altro le ragazze mostrano ottime abilità pratiche pur sottovalutandosi. Semplice mancanza di autostima femminile o i ragazzi sono caduti nella trappola dell’effetto Dunning-Kruger? (MediaLab sta indagando con una nuova ricerca). Ma un’evidenza di genere trova riscontro nelle tendenze analizzate dalla sociologa Giuliana Sorci, la quale segnala come, in alcune tipologie di narrazioni le donne si dimostrino meno permeabili a teorie di tipo cospirativo rispetto agli uomini. Questa differenza di approccio impone una riflessione culturale profonda, suggerendo che i nostri metodi educativi, probabilmente, devono essere differenziati e stratificati

Sullo sfondo di questo scenario, c’è un’altra immagine che mi porto via da Pisa:  un semicerchio di sedie rosse. Sembra un dettaglio insignificante, quasi antico… addetti ai lavori e pubblico, abbiamo “esperito”, oltre che verbalizzato, l’importanza del confronto in presenza: guardandoci negli occhi, e parlando anche con il corpo. È stata l’occasione per dare voce ai pensieri lasciando a riposo il tono super professionale, per dibattere, chiedere e ascoltare con proattività. Dunque qualche tradizione non digitale, resiste, e questo ce lo teniamo stretto, dimostra sempre la sua validità, non ha ceduto all’obsolescenza, (e un po’ ci rassicura).