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	<title>I.A. Archivi - Associazione MediaLab</title>
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	<description>MediaLab Obiettivo (in) formazione</description>
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	<title>I.A. Archivi - Associazione MediaLab</title>
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		<title>L&#8217;eclissi della ripetibilità: il valore dell&#8217;informazione nell&#8217;era dei bot</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiana Biga]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 11:48:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[alfabetizzazione mediatica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi oltre la metà delle interazioni online avviene tra bot. In questo oceano di contenuti sintetici e a basso costo, sorge una domanda cruciale: cosa rende un’informazione davvero preziosa? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Damiana Biga, Manus<br></em><br>Nell&#8217;era dei bot, il sistema dell&#8217;informazione globale sta vivendo una trasformazione senza precedenti. L&#8217;integrazione dell&#8217;Intelligenza Artificiale (IA) nei processi di creazione e distribuzione dei contenuti non è più una promessa del futuro, ma una realtà che sta riscrivendo le regole del gioco. Oltre l&#8217;evoluzione tecnologica, dobbiamo chiederci come questo processo stia ridefinendo il concetto di valore nel mercato della conoscenza. In un mondo dove generare contenuti è diventato un servizio quasi a costo zero, cosa resta di autenticamente prezioso nel mestiere di informare?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;informazione nell&#8217;era dei bot</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ci muoviamo in un web popolato da presenze invisibili. Secondo il <a href="https://www.imperva.com/resources/resource-library/reports/2026-bad-bot-report/">Bad Bot Report 2026 di Imperva</a> il 53% di tutto il traffico Internet è generato da bot, e quasi il 40% di questo traffico proviene da bot malevoli. Questo significa che la maggior parte delle interazioni digitali non avviene tra esseri umani, ma tra script automatizzati che &#8220;leggono&#8221;, indicizzano e, sempre più spesso, &#8220;creano&#8221; contenuti eseguendo compiti ripetitivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo ecosistema saturo di segnali sintetici, il rischio non è solo la disinformazione, ma una progressiva svalutazione di tutto ciò che è facilmente replicabile. Come evidenziato da Eleonora Chioda in una recente intervista per il <a href="https://www.corriere.it/economia/meravigliosamente/26_luglio_23/francesco-marconi-giornalista-computazionale-serve-quello-che-non-puo-fare-l-ai-cosi-cambiera-il-mestiere-di-informare.shtml?refresh_ce">Corriere della Sera</a> , il settore dell&#8217;informazione sta subendo una mutazione antropologica. In questa riflessione, emerge con forza una sintesi di Francesco Marconi, pioniere del giornalismo computazionale al MIT di Boston, che cattura l&#8217;essenza della sfida attuale: &#8220;Tutto ciò che una macchina sa fare gratis, prima o poi smette di avere valore&#8221; . La rarità, dunque, non risiede più nella produzione, ma nell&#8217;autenticità. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Oltre la logica della demonizzazione</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo dei media manifesta spesso una forte resistenza nei confronti dell&#8217;IA: lo abbiamo spesso riscontrato confrontandoci con giornalisti preoccupati delle sorti del proprio ruolo, sicuramente anche per via della crisi dell&#8217;editoria. Ma non solo. Quello che abbiamo registrato è una sorta di demonizzazione acritica, alimentata dal timore di una perdita di identità professionale. Tuttavia, questa logica ignora la natura stessa della tecnologia come estensione delle facoltà umane. Come detto da Marconi, l&#8217;IA può essere paragonata a un telescopio: uno strumento che allunga la vista dell&#8217;astronomo, senza mai sostituirne l&#8217;occhio o la capacità di interpretare la volta celeste.<br><br>Nonostante l&#8217;evoluzione, tendiamo sempre a guardare il progresso tecnologico con diffidenza, eppure <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-color-12-color">la tecnologia può essere definita come ciò che converte un modo in un mezzo</mark>, un&#8217;abilità in una tecnica, un problema in una risorsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso l&#8217;automazione non è il nemico, ma un&#8217;opportunità per liberare il professionista dalle incombenze ripetitive e ad alto volume. Sistemi capaci di monitorare milioni di documenti pubblici in tempo reale possono individuare segnali deboli ed errori prima che vengano diffusi come notizia, permettendo al giornalista di dedicarsi ad altro, concentrandosi sull&#8217;analisi profonda e sulla verifica sul campo. </p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;economicità della produzione: una lama a doppio taglio</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei vantaggi più evidenti dell&#8217;integrazione dell&#8217;IA è l&#8217;abbattimento drastico dei costi di produzione. Oggi, creare testi, analisi e report richiede una frazione del tempo e delle risorse economiche necessarie solo pochi anni fa. Questa &#8220;democratizzazione della creazione&#8221; permette a piccole realtà e singoli professionisti di competere su scala globale, rendendo il sistema produttivo estremamente efficiente. Tuttavia, questa economicità comporta una responsabilità maggiore. La facilità con cui si può inondare il mercato di contenuti non deve andare a discapito della qualità e della rilevanza, per non alimentare ulteriormente il rumore di fondo digitale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La sfida dell&#8217;accountability</h4>



<p class="wp-block-paragraph">La vera sfida etica non riguarda l&#8217;uso della macchina in sé, ma la trasparenza con cui viene impiegata. Qui entra in gioco la consapevolezza. Conoscere gli strumenti significa valutarne i limiti e i rischi. Solo attraverso la conoscenza possiamo sviluppare quella che in inglese viene definita accountability: la capacità di rendere conto delle proprie azioni e di spiegare il &#8220;come&#8221; e il &#8220;perché&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se un articolo viene redatto con il supporto di un&#8217;agente IA per l&#8217;organizzazione dei dati, segnalarlo non sminuisce il lavoro, ma ne aumenta il valore. Integrare l&#8217;IA non significa abbandonarsi all&#8217;automazione, ma potenziare il pensiero critico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Risorse, energia e responsabilità</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Non dobbiamo dimenticare che l&#8217;efficienza digitale ha un costo fisico tangibile. L&#8217;Intelligenza Artificiale è una tecnologia &#8220;energivora&#8221;: secondo i dati dell&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia (<a href="https://www.iea.org/reports/electricity-mid-year-update-2026">IEA</a>), la domanda globale di elettricità crescerà del 3,6% nel 2026 e di un ulteriore 3,8% nel 2027, rispetto alla crescita del 3% registrata nel 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per dare un&#8217;idea concreta, una singola interrogazione a un modello come ChatGPT consuma circa 0,0029 kWh, ovvero quasi dieci volte l&#8217;energia richiesta da una ricerca tradizionale su Google (0,0003 kWh). Anche l&#8217;impronta idrica è rilevante, a causa dei sistemi di raffreddamento necessari per i server. Usare l&#8217;IA, dunque, non è un atto &#8220;neutro&#8221;. Proprio come ogni altro strumento a nostra disposizione, va utilizzata in maniera responsabile e consapevole, evitando l&#8217;automazione superflua e privilegiando l&#8217;uso mirato laddove porti un reale valore aggiunto.<br><br>Quando ci sorgono dubbi sulle capacità dell&#8217;uomo al confronto con una macchina, non dimentichiamo che mentre il nostro cervello consuma circa 20 Watt per mantenere tutte le funzioni vitali e cognitive (inclusa la ricerca di informazioni), un&#8217;unica domanda posta a un&#8217;IA consuma circa 10 volte l&#8217;energia di una ricerca su Google e richiede una potenza infrastrutturale migliaia di volte superiore a quella biologica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La fiducia come valuta rara</h4>



<p class="wp-block-paragraph">In un&#8217;epoca in cui una macchina può simulare perfettamente lo stile di un grande autore, la vera rarità diventa l&#8217;esperienza diretta e la responsabilità individuale. Il pilastro della fiducia poggia ancora sulla presenza umana, su chi mette la propria faccia e il proprio nome dietro una comunicazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giornalismo di domani dovrà essere una &#8220;scienza della verifica&#8221;, spostando l&#8217;attenzione dal semplice &#8220;cosa è successo&#8221; al &#8220;perché possiamo fidarci&#8221;. In un mondo dove la macchina può scrivere tutto, solo l&#8217;essere umano può decidere cosa valga davvero la pena di essere scritto, con la consapevolezza che ogni racconto è un atto di responsabilità verso la società.</p>
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		<title>Nell&#8217;era dell&#8217;algoritmo la sfida è tornare a faticare per pensare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Stretti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 12:09:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[I.A.]]></category>
		<category><![CDATA[PensieroCritico]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Tiziana Lanuti &#160; Chi decide cosa decidiamo? Studiamo con l’intelligenza artificiale. Lavoriamo con l’intelligenza artificiale. Sempre più spesso le chiediamo di spiegare, riassumere, suggerire.&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Di Tiziana Lanuti</em></h4>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Chi decide cosa decidiamo? </strong></h3>
<h4><strong>Studiamo con l’intelligenza artificiale. Lavoriamo con l’intelligenza artificiale. Sempre più spesso le chiediamo di spiegare, riassumere, suggerire</strong>.</h4>
<p>Ma cosa succede quando queste tecnologie non si limitano più a darci informazioni e iniziano invece a influenzare il modo in cui pensiamo?</p>
<p>È la domanda al centro del seminario “AI e persuasione: chi decide cosa decidiamo?”, organizzato all’<strong>Università di Genova</strong>. A parlarne è <strong>Matteo Flora (<a href="https://mgpf.it/">matteoflora.it</a>)</strong>, docente della <strong>Scuola universitaria superiore IUSS di Pavia</strong> ed esperto di sicurezza delle intelligenze artificiali.</p>
<p>Il punto di partenza è un’idea semplice: <strong>le conseguenze di ciò che crediamo vero diventano reali, anche quando l’informazione di partenza è falsa.</strong> È un meccanismo noto in sociologia e ricorda una delle intuizioni più famose del romanzo 1984 di George Orwell: «Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato». Nel libro il potere riscrive continuamente la storia, modifica gli archivi e cancella le versioni dei fatti scomode. Se le persone credono a una certa versione del passato, agiranno di conseguenza anche nel futuro. Oggi questo meccanismo può avvenire dentro il flusso quotidiano delle informazioni.</p>
<p><strong>Secondo Flora siamo già dentro una forma di guerra cognitiva</strong>. Ma uno scontro che si gioca nella testa delle persone, nel modo in cui si formano opinioni e convinzioni. In questo contesto diventa centrale quello che Flora definisce<strong> governo delle narrative, cioè la capacità di orientare il racconto dei fatti e quindi il modo in cui vengono interpretati dall’opinione pubblica</strong>.</p>
<p>Gli esseri umani, osserva provocatoriamente Flora, sono “algoritmi piuttosto sciocchi”. Non perché siamo stupidi, ma perché reagiamo spesso attraverso scorciatoie mentali, emozioni e associazioni.</p>
<p><strong>Lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman</strong> ha spiegato nel suo libro “Pensieri lenti e veloci” che il cervello umano lavora con due sistemi: uno veloce e intuitivo, l’altro più lento e razionale. Il primo prevale quasi sempre, perché richiede meno energia.</p>
<p>Questo meccanismo diventa ancora più evidente nell’ambiente informativo in cui viviamo oggi. Siamo immersi in una <strong>infodemia, cioè una quantità enorme di informazioni, molto superiore alla nostra capacità di elaborarle</strong>: oggi vengono prodotti, in una sola ora,  più contenuti informativi accessibili di quanti ne vedessero i nostri nonni in tutta la vita.</p>
<p>In questo contesto si parla anche di consumerizzazione dell’informazione: le notizie diventano contenuti da consumare rapidamente, progettati per attirare attenzione più che per essere compresi.</p>
<p>Anche la soglia di attenzione si accorcia. Studi citati nel seminario, come quelli della ricercatrice Gloria Mark, indicano che oggi la media è di 47 secondi. E <strong>bastano nove minuti di scrolling su TikTok per ridurre sensibilmente la capacità di valutare criticamente ciò che vediamo dopo.</strong></p>
<p>Il risultato è quella che molti studiosi definiscono crisi epistemica, cioè la difficoltà crescente nel distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Secondo i dati citati nel seminario, <strong>il 54 per cento delle persone non riesce a distinguere un contenuto generato da intelligenza artificiale da uno reale</strong>. E tra gli specialisti forensi la percentuale di errore può arrivare al 74 per cento.</p>
<p>Nel frattempo cambia anche il modo in cui ci informiamo. Secondo il Trust Barometer, solo il <strong>39 per cento degli europei consulta regolarmente fonti con un orientamento politico diverso dal proprio.</strong> In altre parole, sei persone su dieci si informano quasi esclusivamente dentro ambienti che confermano quello che già pensano.</p>
<p>È una differenza enorme rispetto alle generazioni precedenti. I nostri genitori o i nostri nonni spesso compravano più giornali e confrontavano versioni diverse della stessa notizia. Oggi i giovani entrano in contatto con le notizie attraverso i titoli che scorrono nei feed dei social network, selezionati dagli algoritmi.</p>
<p>Questo fenomeno è stato descritto già nel 2011 nel libro The Filter Bubble di<strong> Eli Pariser</strong>. <strong>Gli algoritmi delle piattaforme tendono a mostrarci contenuti simili a quelli che abbiamo già visto o apprezzato</strong>. Più li usiamo, più l’informazione diventa personalizzata. Così finiamo per muoverci dentro vere e proprie bolle informative.</p>
<p>In questo scenario gli <strong>algoritmi</strong> possono diventare qualcosa di più di uno strumento tecnologico. Possono trasformarsi in <strong>una vera arma cognitiva</strong>, capace di orientare percezioni e opinioni.</p>
<p>La tecnologia, però, non è la causa principale del problema. Piuttosto è un acceleratore di dinamiche che esistevano già. E di fronte alla sovrabbondanza informativa, la risposta più comune è delegare il giudizio a sistemi esterni: motori di ricerca, algoritmi, intelligenze artificiali. Cerchiamo tutto su Google, chiediamo alle macchine di riassumere, selezionare, decidere.</p>
<p><strong>Funziona. Ma ha un prezzo.</strong></p>
<p>Usare l’intelligenza artificiale non per evitare lo sforzo cognitivo, ma per migliorare il nostro ragionamento. Non chiedere alla macchina di scrivere al posto nostro, ma usarla per mettere alla prova le nostre idee.</p>
<p>Per esempio: non “scrivimi la tesi”, ma “fammi le domande difficili perché io scriva una tesi migliore”. Oppure chiedere alla macchina di trovare errori, criticare un testo, cercare dati contrari.</p>
<p>La soluzione, dice Flora, è semplice da dire ma molto più difficile da praticare: <strong>tornare a faticare, allenarsi di nuovo allo sforzo cognitivo</strong>.</p>
<p>Ma resta una domanda aperta: chi sarà disposto a farlo?</p>
<p>Perché una generazione che costruisce la propria realtà sugli algoritmi non è una generazione che ha perso la bussola. È una generazione che quella bussola <strong>non l’ha mai avuta</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.associazionemedialab.it/i-a-e-mente-tornare-a-faticare-per-pensare/">Nell&#8217;era dell&#8217;algoritmo la sfida è tornare a faticare per pensare</a> proviene da <a href="https://www.associazionemedialab.it">Associazione MediaLab</a>.</p>
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		<item>
		<title>Uomo e macchina: verso una simbiosi etica?</title>
		<link>https://www.associazionemedialab.it/uomo-e-macchina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiana Biga]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[alfabetizzazione mediatica]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[I.A.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Damiana Biga Nel panorama della robotica e dell’intelligenza artificiale, Fabio Bonsignorio è una voce autorevole che esplora i confini tra uomo e macchina. Laureato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.associazionemedialab.it/uomo-e-macchina/">Uomo e macchina: verso una simbiosi etica?</a> proviene da <a href="https://www.associazionemedialab.it">Associazione MediaLab</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5><em>Di Damiana Biga</em></h5>
<p class="wp-block-paragraph">Nel panorama della robotica e dell’intelligenza artificiale, Fabio Bonsignorio è una voce autorevole che esplora i confini tra uomo e macchina. Laureato in ingegneria meccanica, è fondatore e CEO di Heron Robots e vanta un’impressionante carriera accademica, con ruoli di rilievo presso l’Università di Zagabria, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università Carlos III di Madrid.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Esperto di robotica avanzata, Bonsignorio è impegnato nella ricerca sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale, esplorando come i sistemi autonomi possano trasformare la società. Con il suo lavoro, getta luce sui confini tra uomo e macchina, offrendo spunti preziosi per comprendere il futuro delle tecnologie e il loro impatto culturale, sociale ed educativo.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo intervistiamo per approfondire come le sue ricerche relative al rapporto tra uomo e macchina possano aiutare a sviluppare strategie che preparino le nuove generazioni a interagire con un mondo in cui le macchine intelligenti giocano un ruolo sempre più centrale.  </p>



<h4 class="wp-block-heading">Lei lavora nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale. Come ritiene che queste tecnologie possano influenzare la nostra capacità di distinguere tra realtà e finzione nell’informazione? </h4>



<p class="wp-block-paragraph">I sistemi di intelligenza artificiale cosiddetta &#8216;generativa&#8217; sono in grado di produrre testi, foto e video molto &#8216;plausibili&#8217; e &#8216;realistici&#8217;, soprattutto in quanto possono contare su dati &#8216;abbondanti&#8217;, come accade tipicamente per l&#8217;informazione di massa. Questo può rendere molto difficile distinguere la &#8216;realtà&#8217; dalla &#8216;finzione&#8217; (ad es. una foto &#8216;autentica&#8217; da una &#8216;generata&#8217; da un algoritmo). Non solo, questa capacità si unisce a una possibilità di &#8216;personalizzazione&#8217; delle notizie e della loro distribuzione, e degli &#8216;stimoli&#8217; diretti a generare una risposta emotiva, che va ben oltre quanto possibile in passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo diventa molto pericoloso in un contesto in cui la fortissima concentrazione (e i legami con gruppi oligarchici economici e/o politici) dei media tradizionali (insieme al loro uso spregiudicato) ne ha eroso fortemente la credibilità. La combinazione del controllo oligarchico dei media tradizionali con un uso efficace dei social network permette livelli di manipolazione della pubblica opinione che fanno impallidire quelli denunciati da Noam Chomsky e Vance Packard decenni orsono. Entriamo, siamo già entrati, in acque molto pericolose per le fragili e ancora embrionali democrazie costruite dalle passate generazioni.</p>



<h5 class="wp-block-heading">Citizen journalism e blockchain</h5>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altro canto le stesse tecnologie che consentono la produzione di contenuti testuali e multimediali &#8216;falsi&#8217; (i cosiddetti &#8216;deep fakes&#8217;) permettono anche la produzione di contenuti di alta qualità a costi molto bassi, permettendo anche a gruppi con poche risorse di produrre informazione di qualità, al limite del &#8216;citizen journalism&#8217; (una situazione in cui i cittadini producono e distribuiscono le notizie senza intermediari).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo rende più difficile la vita dei &#8216;dinosauri dell&#8217;informazione&#8217; e apre prospettive di emancipazione collettiva e &#8216;giornalismo dal basso&#8217;, anche queste senza precedenti, in positivo però. Non solo, nuove tecnologie digitali come la &#8216;blockchain&#8217; permetteranno in un futuro prossimo di &#8216;pagare&#8217; il lavoro giornalistico (e in generale &#8216;creativo&#8217;), senza l&#8217;intermediazione dei grossi media o delle piattaforme (Facebook, Instagram, Amazon, TikTok ecc.), contribuendo a minare il loro potere economico, culturale, sociale e infine politico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’interazione crescente con sistemi intelligenti richiede nuove competenze. Quali elementi dell’alfabetizzazione mediatica ritiene fondamentali per educare i giovani a una fruizione consapevole delle tecnologie? </h4>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che sia fondamentale l&#8217;educazione al pensiero critico e autonomo. La metodologia e la mentalità propria della scienza &#8211; non solo i suoi contenuti &#8211; devono diventare un patrimonio comune. Così come il cittadino medio di qualunque età, anche quando non sia attivo in qualche specifico ambito di ricerca, deve essere messo in grado di conoscere e valutare sia lo stato delle conoscenze scientifiche attuali sia i nuovi avanzamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo richiede forti miglioramenti e cambiamenti nell&#8217; educazione sia delle nuove generazioni che di quelle oggi adulte. Più Montessori, più Don Milani, più Piaget  e &#8230;più Feynman! La conoscenza e  la pratica della scienza (magari mediante la &#8216;citizen science&#8217;) sono stimoli estremamente potenti del pensiero critico. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il concetto di autonomia nei robot può offrire spunti per riflettere sull’autonomia del pensiero umano. Come possiamo usare questi parallelismi tra uomo e macchina per stimolare il pensiero critico nelle nuove generazioni?</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo ancora serie difficoltà a capire l&#8217; &#8216;autonomia&#8217;, probabilmente per limitazioni sia scientifiche che filosofiche. La maggior parte dei robot realizzati finora sono progettati  seguendo un modello &#8216;cartesiano&#8217; che distingue la &#8216;mente&#8217; (programmi che &#8216;girano&#8217; in un computer) dal &#8216;corpo&#8217; (un insieme di parti di metallo o plastica azionati con un controllo dall&#8217;alto in basso da motori elettrici o idraulici). Animali e piante sono &#8216;organizzati&#8217; in maniera differente: l&#8217;auto organizzazione e l&#8217;evoluzione per tentativi ed errori hanno un ruolo fondamentale, e altrettante importanza ha l&#8217; &#8216;embodiment&#8217; cioè il legame stretto tra &#8216;mente&#8217; e &#8216;corpo&#8217;.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nel suo lavoro con Heron Robots e nella ricerca accademica, quali sono le applicazioni dell’intelligenza artificiale che considera più promettenti o rischiose per l’educazione e la consapevolezza mediatica?</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Questo fa pensare che indurre i giovani (e gli &#8216;anziani&#8217; che ancora non hanno imparato a farlo) a &#8216;pensare con la propria testa&#8217; e a &#8216;fare i propri errori&#8217;, &#8216;provare strade nuove&#8217;, e anche &#8216;fare sport&#8217;,  sia la cosa giusta (non a caso ho citato sopra Montessori e Feynman, potrei aggiungere Freire).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, l&#8217;autonomia di pensiero può portare persone di cultura umanistica e scientifica non solida a credere in tesi poco plausibili (vedi terra piattismo, teorie cospirative poco plausibili, scie chimiche,  no vax, ecc.). Quindi questo modello educativo (che accompagna i cittadini per tutta la vita) richiede molto più lavoro e attenzione sia per i discenti (tutti noi quando usciamo dal nostro campo specialistico) che per i docenti (quelli che devono condividere le loro conoscenze avanzate e specialistiche).</p>



<h5 class="wp-block-heading">AI generativa e infosfera</h5>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;IA generativa è forse, come accennato sopra, la tecnologia che può avere un impatto immediato maggiore nella &#8216;infosfera&#8217;. Credo che la pratica, fin dalle elementari,  di pensare e costruire &#8216;robot intelligenti&#8217;, per cominciare a livello amatoriale o scolastico,  possa essere uno stimolo potente sia verso il pensiero critico, sia verso la fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, che va rafforzata nelle persone,  di potere &#8216;incidere sul mondo&#8217; e &#8216;cambiarlo&#8217;, anche in senso fisico non solo dicendo &#8216;belle parole&#8217; o scrivendo &#8216;bei testi&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante che le persone capiscano le proprie possibilità, limitate, ma molto maggiori di quanto siamo abituati a pensare.  Penso al Kant di &#8216;Cos&#8217;è l&#8217;Illuminismo&#8217; (&#8216;L&#8217;uscita delle persone da uno stato di inferiorità imputabile a loro stesse..&#8217;) o al John Lennon (e i Green Days) di &#8216;Working Class Hero&#8217;. Penso guardando all&#8217;attualità anche al Kant della &#8216;Pace Perpetua&#8217;, e al Lennon di &#8216;Imagine&#8217;.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Guardando al futuro, crede che sia possibile una simbiosi etica tra uomo e macchina intelligente? Quali competenze dovremmo insegnare ai giovani per costruire questa relazione in modo responsabile?  </h4>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, penso assolutamente che sia possibile una simbiosi etica tra umani e macchine intelligenti. Le attuali generazioni, &#8216;noi&#8217;,  dovranno fare scelte difficili in condizioni di grave incertezza e pericolo (lo vediamo ogni giorno). Se faremo le scelte &#8216;giuste&#8217; porremo le basi per un nuovo Rinascimento, di massa, questa volta, che potrà andare molto al di là sia artisticamente che umanamente che scientificamente di quello giustamente celebrato di secoli passati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I giovani (ma anche gli &#8216;anziani&#8217;) devono imparare il &#8216;pensiero critico basato sui fatti&#8217;. Anche a fidarsi dei propri &#8216;sentimenti&#8217; (inclusi quelli di solidarietà e di giustizia). E&#8217; un percorso, non una destinazione, non si è mai sufficientemente &#8216;preparati&#8217;, &#8216;critici&#8217; , &#8216;oggettivi&#8217; e &#8216;giusti&#8217;. Più aumenta il nostro &#8216;sapere&#8217;, più ci rendiamo conto della nostra &#8216;ignoranza&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.associazionemedialab.it/uomo-e-macchina/">Uomo e macchina: verso una simbiosi etica?</a> proviene da <a href="https://www.associazionemedialab.it">Associazione MediaLab</a>.</p>
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		<title>Kepi e Battilana vincitori del Premio Internazionale di Giornalismo</title>
		<link>https://www.associazionemedialab.it/premio-internazionale-giornalismo-medialab/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione MediaLab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 16:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[alfabetizzazione mediatica]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[I.A.]]></category>
		<category><![CDATA[stampa estera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.associazionemedialab.it/?p=5166</guid>

					<description><![CDATA[<p>Premio Internazionale di Giornalismo, MediaLab partecipa il 12 ottobre  ad un pomeriggio di approfondimento su l.A. e fake news.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fonte:<a href="https://www.lavocedigenova.it/"> La voce di Genova.it</a> del 19.10.2024</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La corrispondente della tv albanese &#8220;Ora News&#8221; Alba Kepi, iscritta all&#8217;Associazione Stampa Estera in Italia, partner del settimanale online Piazza Levante e del Comune di Santa Margherita Ligure nell&#8217;organizzazione dell&#8217;evento, è la vincitrice del Premio Internazionale di Giornalismo di Santa Margherita Ligure 2024.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme a lei, sarà premiato anche il giornalista Lorenzo Battilana, cineoperatore per la Rai, produttore e fondatore della StarNews, società con sede a Chiavari che fornisce troupe televisive, prodotti multimediali, regie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La consegna dei riconoscimenti avverrà sabato 12 ottobre 2024 alle ore 16 presso Villa San Giacomo del Comune del Tigullio, in un pomeriggio di approfondimento e di incontro su due argomenti di attualità per l’informazione: l’intelligenza artificiale e le fake news in programma sabato 12 ottobre a partire dalle 16, al primo piano di Villa San Giacomo. Non solo: l’evento è stato inserito nella formazione continua e obbligatoria dei giornalisti e darà diritto all’ottenimento di quattro crediti deontologici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Previsti interventi del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti liguri<strong> Filippo Paganini</strong>, del giornalista esperto di tecnologia<strong> Emanuele</strong> <strong>Capone</strong> (già Italian Tech e Il Secolo XIX)</p>



<h2 class="wp-block-heading">di Francesca Scorcucchi, &nbsp;Damiana Biga, Annalisa Stretti e Simona Tarzia giornaliste e co-fondatrici di MediaLab.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><a href="https://www.lavocedigenova.it/2024/10/09/leggi-notizia/argomenti/eventi-8/articolo/alba-kepi-e-lorenzo-battilana-vincitori-del-premio-internazionale-di-giornalismo-di-santa-margherita.html">L&#8217;articolo completo qui</a></h3>
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