EU Kids Online: bambini e IA, la datificazione dell’infanzia

Opportunità e rischi del digitale a partire dall’ultimo report di EU Kids Online. L’intelligenza artificiale è una tecnologia già presente nelle vite di tutti noi, bambini compresi: nei motori di ricerca, nelle piattaforme video, nelle applicazioni educative, nei social network e negli strumenti con i giovanissimi cui scrivono, creano immagini o cercano risposte. La domanda, quindi, non è se l’IA debba entrare nell’infanzia, bensì a quali condizioni possa farlo senza trasformare bambini e ragazzi in semplici fonti di dati, profili comportamentali e destinatari di decisioni automatizzate.

È questo il tema di “Bambini e IA, la datificazione dell’infanzia”, il nuovo appuntamento di Pausa pranzo con MediaLab, la rubrica di incontri online e podcast con cui l’Associazione MediaLab discute di giornalismo, comunicazione e del rapporto dell’informazione con le nuove tecnologie.

L’incontro si terrà giovedì 29 ottobre 2026, dalle 12:00 alle 14:00, online su Google Meet. Interverranno Giuseppe Risso, giornalista e vicepresidente di MediaLab, e Giovanna Mascheroni, professoressa ordinaria di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi. L’evento è accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per 2 crediti (iscrizioni sono disponibili sulla piattaforma di formazione).

Una generazione che cresce dentro i dati

Con datificazione dell’infanzia si intende il processo attraverso cui attività, preferenze, relazioni, emozioni e prestazioni vengono trasformate in dati. Ogni ricerca, video visualizzato, messaggio, interazione o richiesta rivolta a un assistente digitale può contribuire a costruire una rappresentazione del minore. Questi dati possono essere usati per personalizzare un servizio, suggerire un contenuto, valutare un comportamento o indirizzare una pubblicità. Possono però anche produrre classificazioni e decisioni difficili da comprendere o contestare.

Il nuovo studio comparativo di EU Kids Online, realizzato su 28.465 bambini tra i 10 e i 16 anni in 19 Paesi europei tra aprile 2025 e aprile 2026, restituisce una fotografia ampia dell’infanzia connessa. Lo smartphone è di gran lunga il principale dispositivo di accesso: l’87% dei bambini intervistati utilizza ogni giorno uno smartphone o un telefono cellulare per collegarsi a Internet. La rete è soprattutto uno spazio di relazione, intrattenimento e apprendimento: comunicare con amici e familiari, guardare video, ascoltare musica e svolgere attività scolastiche sono tra gli usi più frequenti. 

Questa presenza quotidiana non coincide però con una piena consapevolezza del funzionamento dell’ecosistema digitale. I ragazzi dichiarano competenze tecniche e operative relativamente solide, ma risultano meno preparati nel valutare le informazioni online, comprendere il vero ruolo degli algoritmi (e i rischi a essi correlati) e creare contenuti digitali. È proprio in questo divario che la datificazione diventa un problema educativo e democratico: si può usare uno strumento senza conoscere i meccanismi che selezionano ciò che vediamo, raccolgono ciò che facciamo e influenzano le nostre scelte.

L’IA come alleata per imparare e creare

Secondo EU Kids Online, circa due bambini su tre utilizzano regolarmente strumenti di IA, in particolare per finalità educative e pratiche. L’IA può aiutare a tradurre un testo, chiarire un concetto, proporre un percorso di studio, sostenere la creatività o rendere più accessibili contenuti complessi. Per chi ha difficoltà di apprendimento o di accesso alle risorse, questi strumenti possono offrire forme nuove di supporto e personalizzazione.

I bambini non guardano all’IA soltanto con diffidenza. Il 37% degli intervistati spera che possa aumentare la creatività umana e circa un terzo ritiene che le nuove tecnologie possano ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive o noiose. Nel report tematico dedicato all’IA generativa, basato su dati relativi a 25.592 bambini tra i 9 e i 16 anni in 17 Paesi, integrati da interviste qualitative a 244 ragazzi, emerge una richiesta chiara: non divieti generalizzati, ma orientamento, competenze e garanzie. 

L’opportunità, tuttavia, esiste soltanto se il bambino rimane soggetto attivo. Un sistema che produce una risposta non sostituisce la comprensione; un testo generato non equivale a un pensiero; una raccomandazione automatica non è una scelta neutrale. L’uso dell’IA può ampliare le capacità, ma può anche ridurre l’autonomia, se abitua ad accettare risultati non verificati o a delegare alla macchina la formulazione delle domande.

I rischi: privacy, manipolazione e perdita di controllo

Il primo rischio riguarda la privacy. La metà dei bambini intervistati teme che le proprie informazioni vengano utilizzate per la pubblicità mirata. Quattro su dieci temono che le aziende condividano i loro dati con soggetti terzi senza consenso. Soltanto il 30% si fida delle imprese quando dichiarano di proteggere la privacy. Questi numeri mostrano che i minori percepiscono già la dimensione economica della loro vita digitale. Il problema non è soltanto la raccolta di un singolo dato, ma la possibilità di collegare molti dati diversi e ricavarne inferenze: interessi, vulnerabilità, abitudini, relazioni, stato emotivo o propensione a reagire a un messaggio. Nel caso dei bambini, questa capacità di profilazione si esercita su persone ancora in formazione, che hanno meno strumenti per comprendere le conseguenze a lungo termine e per opporsi a un trattamento dei dati.

Il secondo rischio è la perdita di controllo. Quattro bambini su dieci temono che l’IA possa superare l’intelligenza umana in modo tale da rendere impossibile per le persone mantenere il controllo. La stessa quota esprime preoccupazione per il consumo di risorse naturali e per l’impatto ambientale delle tecnologie basate sull’IA. La questione, dunque, non è solo individuale: riguarda anche il rapporto tra innovazione, sostenibilità e responsabilità collettiva.

Il terzo rischio riguarda l’ambiente informativo. Il 30% dei bambini incontra almeno ogni mese messaggi d’odio. Il 40% si imbatte in immagini cruente o violente, il 39% in contenuti relativi al desiderio di essere molto magri e il 37% in contenuti che riguardano l’autolesionismo. Solo il 48% afferma di sentirsi al sicuro online. La percentuale di chi dichiara di essere stato infastidito o turbato da qualcosa incontrato in rete nell’ultimo mese è salita dal 7% del 2020 al 23% dell’ultima rilevazione. 

Il ruolo della tecnologia

In questo contesto l’IA può amplificare problemi già presenti: può rendere più credibili contenuti falsi, moltiplicare immagini sintetiche, facilitare la manipolazione e personalizzare messaggi capaci di raggiungere il minore nel momento di maggiore vulnerabilità. La tecnologia non crea da sola l’odio, la disinformazione o la pressione sociale, ma può renderli più pervasivi, rapidi e difficili da riconoscere.

Dalla sorveglianza alla responsabilità condivisa a partire dai dati del report EU Kids Online

Di fronte a questi rischi, la risposta non può consistere soltanto nell’aumentare i controlli. Il report segnala che soltanto il 50% dei bambini dice che i genitori parlano con loro di ciò che fanno online, rispetto al 66% del 2020, mentre cresce il ricorso ai controlli tecnici. Gli strumenti di protezione possono essere utili, ma non sostituiscono il dialogo, l’educazione e la responsabilità di chi progetta le piattaforme.

Proteggere i bambini online significa quindi intervenire su più livelli. Le piattaforme devono essere più sicure, private e comprensibili fin dalla progettazione. Le scuole devono insegnare non solo a usare gli strumenti, ma anche a interrogare le fonti, riconoscere i contenuti sintetici, capire la logica degli algoritmi e proteggere i propri dati. Le famiglie devono poter accompagnare i minori senza trasformare la tutela in una sorveglianza permanente. I giornalisti e gli operatori dell’informazione hanno il compito di spiegare l’IA senza tecnicismi e senza semplificazioni che alimentino paure o entusiasmi infondati.

È il senso dell’alfabetizzazione mediatica e informativa: sviluppare le competenze necessarie per cercare, accedere, valutare, usare e produrre informazioni e contenuti. UNESCO la considera essenziale per affrontare la disinformazione, i discorsi d’odio, la crisi della fiducia nei media e l’impatto trasformativo dell’intelligenza artificiale. 

L’appuntamento MediaLab nella settimana UNESCO per l’alfabetizzazione mediatica

L’incontro di giovedì 29 ottobre cade durante la Global Media and Information Literacy Week, la Settimana mondiale dell’alfabetizzazione mediatica e informativa promossa dall’UNESCO e celebrata ogni anno dal 24 al 31 ottobre. La ricorrenza invita istituzioni, scuole, professionisti e organizzazioni della società civile a riflettere sulla qualità dell’informazione e sulle competenze necessarie per vivere consapevolmente nell’ambiente digitale.

MediaLab è la prima associazione ligure a celebrare la Settimana UNESCO e la prima realtà regionale a occuparsi in modo strutturato di alfabetizzazione mediatica. L’associazione, organizzazione no-profit nata nell’aprile 2024 dall’incontro di un gruppo di giornalisti liguri durante il programma di Formazione Erasmus+ dell’Ordine dei Giornalisti della Liguria, promuove la cultura dell’informazione e contrasta la disinformazione attraverso l’educazione ai media e lo sviluppo del pensiero critico.

MediaLab fa inoltre parte del panel NewsWise Europe, progetto promosso da The Guardian Foundation per sviluppare strumenti e percorsi di alfabetizzazione mediatica nelle scuole primarie. La riflessione su bambini e IA si inserisce quindi nella continuità di un lavoro che considera l’educazione all’informazione una competenza di cittadinanza, non un sapere accessorio.

Conclusioni

La datificazione dell’infanzia pone una questione decisiva: quale spazio vogliamo lasciare all’autonomia dei bambini in un ambiente digitale che tende a trasformare ogni esperienza in un dato? Discuterne significa rifiutare sia l’idea che la tecnologia sia inevitabilmente emancipatrice, sia quella che ogni innovazione debba essere respinta. Significa chiedere strumenti progettati per i minori, regole verificabili, dati realmente protetti e adulti capaci di accompagnare senza sostituirsi.

L’IA può ampliare le opportunità dell’infanzia soltanto se l’infanzia non viene ridotta a un insieme di dati da raccogliere, prevedere e monetizzare. È su questo confine, tra potenziamento e controllo, che si gioca la qualità del futuro digitale.