Oltre le fake news: teorie cospirative e crisi epistemica

Cos’è il cospirazionismo e come si “smonta”. Intervista a Marco Solinas, Professore Associato di Filosofia Politica – Scuola Superiore Sant’Anna.

Di Annalisa Stretti

Prof. Solinas, lei è il coordinatore del progetto Goldstein, acronimo di Debunking Political Uses of Denialisms and Conspiracy Theories in EU, cofinanziato dal programma europeo Jean Monnet, svolto presso la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa. Ci racconta come e perché nasce questo progetto e come state operando?

Il progetto, che è durato tre anni e abbiamo appena chiuso, mirava a far fronte alla presenza sempre più pervasiva del ricorso alle teorie cospirative nel quadro della pubblica discussione, anche in relazione alle posizioni che negano il processo del cambiamento climatico. Sono temi ormai diventati prioritari, non solo nel quadro europeo.

Le modalità di intervento da noi adottate hanno operato in primo luogo sul piano dell’analisi qualitativa, della formazione e dell’alta formazione: abbiamo scritto vari lavori e organizzato corsi universitari, seminari, incontri aperti alla cittadinanza, scuole estive. Su questo doppio fronte della ricerca e della formazione abbiamo avuto la possibilità di portare avanti collaborazioni con alcuni dei massimi esperti e interpreti del fenomeno sul piano internazionale, coinvolgendoli direttamente e personalmente nelle attività pisane: da Michael Butter (Università di Tübingen) a Joseph Uscinski (University di Miami), da Eirikur Bergmann (Università di Bifrost) a Karen Douglas (Università del Kent), da Nadia Urbinati (Columbia University) a Nathalie Brack (Università di Bruxelles), e ancora il centro per la ricerca sull’antisemitismo dell’Università Tecnica di Berlino, nonché molti colleghi attivi in Italia in diversi centri di ricerca: taluni colleghi  e colleghe della Scuola Normale Superiore di Firenze, Moreno Mancosu (Università di Torino) e Annamaria Lorusso (dell’Università di Bologna), Francesco Antonelli (Università di Roma Tre) Claudia Hassan (Università di Roma Tor Vergata), solo per nominarne alcuni. Con molti di loro abbiamo realizzato special issues in italiano e in inglese, e stiamo chiudendo un volume per Palgrave intitolato Conspiracism and Political Conflicts che uscirà a giugno, a cura di Manuela Caiani, Marco Solinas e Hans-Jörg Trenz.

Sul piano tematico, abbiamo lavorato anzitutto per decostruire gli usi politici del cospirazionismo sul piano politologico, approntando quindi dei modelli in grado di contribuire allo smascheramento delle narrative in gioco. Questo significa che una delle linee del progetto si è focalizzata sulla differenziazione tra le teorie cospirative che non hanno una stretta, diretta e univoca funzione politica, e quelle che invece svolgono tale funzione. È un punto a mio avviso dirimente, e che ho cercato di sviluppare nel mio libro appena uscito intitolato “Teorie cospirative e politica”, edito in open access da Castelvecchi, e quindi liberamente fruibile online. La distinzione è importante perché permette di chiarire come la fruizione politica imprima al cospirazionismo un carattere che esaspera, anziché sedare, paure e angosce collettive. Mi spiego.

Le “classiche” teorie cospirative, che non hanno delle funzioni politiche dirette, in molti casi vengono innescate da eventi inaspettati, shoccanti, spesso ben circoscritti temporalmente che possono mettere in discussione visioni consolidate, abitudini, modo di interpretare la realtà, affetti, ma non hanno una chiara ed univoca valenza politica. Di fronte a questi eventi, possiamo reagire cercando di rinsaldare la visione messa in crisi, operando così una loro risignificazione mediante un costrutto cospirazionista. Tale costrutto può così sedare l’angoscia e lo sgomento, sebbene possa al contempo incrementare il senso di impotenza rispetto a un fantomatico gruppo di cospiratori a cui viene attribuito un potere straordinario.

Si pensi ad esempio alla morte improvvisa di un personaggio amato, giovane e sano, a causa di un banale incidente: poiché tale evento è percepito come un qualcosa di altamente impattante sul piano emotivo, e allorché un dato soggetto non vuole accettare che un semplice incidente possa aver messo fine alla vita del personaggio amato, ricorre a una teoria cospirativa: viene così costruito un classico capro espiatorio a cui attribuire la “colpa” dell’accaduto. Lo stesso meccanismo di fondo lo ritroviamo, fatte le debite proporzioni (e sempre schematizzando), di fronte all’epidemia del Covid-19: anziché accettare il carattere per così dire effimero e caduco delle nostre esistenze e dei nostri stili di vita al cospetto di una falcidiante epidemia, in molti sono ricorsi alla risignificazione cospirazionista, così da “ridare un senso” all’evento shoccante mediante l’individuazione di un capro espiatorio; nonché sostenendo, soprattutto nelle prime fasi, che l’epidemia non esistesse, fosse una mera invenzione di una determinata lobby.

Viceversa, allorché una specifica teoria cospirativa viene adottata nel quadro di un ben determinato movimento politico, la sua funzione cambia in modo significativo, in un certo senso si rovescia rispetto alle pulsioni ed emozioni in gioco.

Nel momento in cui il movimento ricorre ad una teoria cospirativa per “render conto” di una serie di “mali sociali” – quali ad esempio la disoccupazione o la povertà crescente o la paura di perdita di status di determinati gruppi sociali – la paura diffusa non è sedata, ma al contrario esacerbata, persino trasformata in una forma di angoscia persecutoria: più tale angoscia è intensa, più potrà essere alto il consenso del movimento che adotta tale narrazione. A differenza delle teorie cospirative non politiche, in questi casi il movimento propone difatti anche la “soluzione” al problema individuato: fermando i fantomatici cospiratori, si risolveranno anche i “mali” sociali che vengono ricondotti ai loro “piani segreti”. In tal senso, anziché condurre ad una forma di impotenza e di apatia politica, il cospirazionismo politico acquisisce una chiara forma persecutoria, talvolta tradotta direttamente in agende politiche. In questi casi, il programma cospirazionista è naturalmente destinato inevitabilmente al fallimento, poiché i cospiratori perseguitati di fatto non hanno alcuna effettiva responsabilità rispetto ai mali loro ascritti. In tal senso, il più limpido esempio storico è il mito della cospirazione ebraica adottato in modo sistematico nell’ideologia del nazionalsocialismo.

Al centro del vostro lavoro ci sono le teorie cospirative e i loro usi politici. Possiamo dire che questo focus va di pari passo con il tema della disinformazione e quindi con quello della creazione e diffusione di fake news? E, allo stesso tempo, della necessità che le persone abbiano strumenti di Media Literacy e capacità critica nell’approccio all’informazione?

Sì, anzitutto nel senso che una serie di canali di diffusione delle teorie cospirative si sovrappongono a quelli delle fake news. In primo luogo rispetto ai social media. Tuttavia, a fronte di talune convergenze, le teorie cospirative sono degli oggetti ancora più problematici da “smascherare” rispetto alle fake news, anzitutto in ragione della loro cosiddetta “impermeabilità”. In breve, agli occhi di chi le adotta, qualsiasi tipo di contro-prova o contro-argomento che dimostra la falsità delle tesi cospirazioniste avanzate viene interpretata come un prodotto dei cospiratori stessi, e in tal modo neutralizzata. In altri termini, si tratta di teorie in tal senso  “infalsificabili” – prodotti di quella che Umberto Eco ha definito come “semiosi ermetica degenerata” o “significazione magica” – e che pertanto, nonostante si propongano come costrutti validati sperimentalmente, esulano dal regno della scientificità.

Ci può parlare di un caso pratico al centro dei vostri studi-corsi, in tema di cospirazione e i suoi esiti, con specifico rifermento alla tenuta della democrazia?

Un caso emblematico è la versione cospirazionista della teoria della sostituzione etnica. Si tratta di una concezione molto diffusa nella sfera della “ultradestra” contemporanea – riprendendo qua il concetto nell’accezione che ne ha dato il sociologo della politica Cas Mudde – secondo cui i flussi migratori di centinaia di migliaia e persino milioni di migranti sarebbero guidati e coordinati da una regia occulta. Una regia che in tal modo mirerebbe a “distruggere” le etnie delle popolazioni “native” per “sostituzione etnica”. Oltre al carattere marcatamente razzista, xenofobo e criticabile sul piano dell’analisi demografica dei dati, in questa versione la teoria ha un carattere esplicitamente cospirazionista manifestamente inconsistente: avanza un argomento di fondo indimostrabile, quello secondo cui vi sarebbe una élite di fantomatici cospiratori interessati a distruggere la “civiltà” europea, o statunitense, o invero di tutti quei paesi in cui la teoria viene adottata sul piano globale (è infatti adottata in moltissimi paesi, come ad esempio la Tunisia).

Facendo appello in modo sistematico a questi costrutti epistemici vuoti, inconsistenti e di fatto “infalsificabili” e “impermeabili” a ogni possibile critica, il ricorso politico al cospirazionismo inquina le precondizioni epistemiche di un confronto franco e aperto sul tema, al di là della asprezza delle possibili posizioni al riguardo. Al contempo, la costruzione di un “nemico” fantasmatico, incarnato dai diabolici cospiratori che avrebbe ordito il “disegno” e che condurrebbero la macchinazione, esaspera l’angoscia politica, incanala rabbia e risentimento verso un capro espiatorio inesistente. In tal modo quelle che possono essere considerati essere le cause e concause di processi altamente impattanti delle nostre società risultano per così dire “invisibili”.

Quali sono i fattori psicologici e sociali che portano le persone a credere nelle teorie del complotto? E come possiamo, a qualsiasi livello, anche nel quotidiano, contrastare questi fattori?

I fattori sono molti. Come accennavo prima, vi sono ragioni che hanno a che fare con i nostri bisogni nel contempo epistemici, esistenziali e sociali, che rimandano a dinamiche diciamo universali, come ha ben mostrato la psicologa Karen Douglas. In linea generale, da una prospettiva di psicologia sociale, si può sostenere che le teorie cospirative assolvano fondamentalmente al bisogno di fornire delle risposte rassicuranti di fronte ad eventi e processi che disorientano, hanno un effetto shoccante, e di cui si fa fatica a comprendere cause e concause. La risignificazione cospirazionista consente al riguardo una sorta di ipersemplificazione cognitiva che permette al soggetto di recuperare una forma di controllo sulla realtà che lo circonda, e di sedare le paure e le angosce correlate a eventi appunto disturbanti, dissonanti o anche traumatici. L’impotenza che può essere innescata da un evento imprevisto e shoccante quale ad esempio l’epidemia del Covid-19 può così essere risignificato, seppur a costo della costruzione della figura di un “nemico”, la potente élite cospirativa, rispetto a cui si prova però un senso di impotenza politica, che può contribuire all’incremento dell’apatia e dell’astensionismo. Inoltre, il ricorso alle narrazioni cospirative rafforza solitamente l’identità del gruppo di riferimento, secondo una classica dinamica di contrapposizione al gruppo “esterno” (ingroup versus outgroup).

Dal vostro osservatorio e dai giovani che incontrate, quali sono il livello di consapevolezza su queste tematiche e quali sono gli strumenti in mano alla popolazione per “gestirle”?

Sul versante della consapevolezza, anche in relazione agli utilizzi dei nuovi strumenti digitali, il lavoro da fare è molto. L’unione Europea sta non a caso portando avanti una serie di iniziative volte a far fronte in modo sistematico a tale questione, che è ormai divenuta una priorità assoluta per la tenuta delle precondizioni epistemiche della vita dei nostri sistemi democratici. Anche noi alla Scuola Sant’Anna stiamo portando avanti una serie di progetti e iniziative volti a contribuire al dibattito, sul doppio piano nazionale ed europeo.

Non pensa che il lavoro di formazione per una società informata e capace di ragionare criticamente, grazie ai giusti strumenti, si situi, guardando all’Italia, verso una fascia per cosi dire “alta” e non tocchi tutta la popolazione?

Sebbene sia vero che anche le persone più colte non siano certo immuni del cadere nella “tana del Bianconiglio” del cospirazionismo, è altrettanto vero che chi dispone di maggiori strumenti culturali e intellettuali ha certo più risorse per farvi fronte.

Nota il Libro di Marco Solinas, Teorie cospirative e politica, citato all’interno della prima risposta, è scaricabile al link riportato nel testo.