Olimpiadi Milano Cortina: una socia MediaLab tra i volontari

Di Tiziana Lanuti

 

Li Wei ha vent’anni e sulle piccole spalle circa sessanta ore di viaggio: dalla Cina a Milano, due lunghi scali, per fare la volontaria alle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026.

Entra in uno dei camerini allestiti nella vecchia Fiera di Milano, vicino ai grattacieli di CityLife, per provare l’uniforme dei volontari. Pantaloni, giacche, pile, guanti da sci: tutto è troppo grande per lei. È il giorno prima della cerimonia di inaugurazione e le taglie più piccole sono quasi finite.

Chiedo agli altri volontari, come me addetti alla distribuzione delle uniformi, se da qualche parte — magari in fondo a uno scatolone — sia rimasta almeno una small. Cerchiamo. La troviamo.

Le consegno la giacca. Lei la indossa e sorride davanti allo specchio. È stanca, ma in quel momento non sta solo provando una giacca a vento: sta entrando in una comunità.

Quella comunità si chiama Team26. Il Volunteers Programme delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 ha coinvolto complessivamente 18.000 volontarie e volontari, selezionati tra oltre 130.000 candidature.

Quasi la metà ha meno di 35 anni e il 51% è donna. Sono 94 le nazionalità rappresentate: dopo l’Italia, i Paesi più presenti sono Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Numeri che raccontano una partecipazione ampia, intergenerazionale e internazionale. Ma dietro quei numeri ci sono volti, storie, aspettative, voglia di stare insieme superando barriere linguistiche e di età: nessuno si è sentito “vecchio” o incapace.

Molte delle persone che ho conosciuto non erano alla prima esperienza di volontariato sportivo. Caterina, che nella vita fa gli audit in una grande banca italiana, è reduce dalle Olimpiadi di Parigi, ma c’è anche il 43% che era alla prima esperienza. E in tanti hanno dato la disponibilità anche per i Giochi Paralimpici.

Ho fatto nove turni, nove giorni a Milano. Il mio compito era far provare tutti i pezzi dell’uniforme ai volontari: giacca da sci, pantaloni tecnici e da sci, maglia termica, pile, giacca di pile più pesante, scarponcini. Eravamo dieci per turno e consigliavamo sulle taglie giovani e meno giovani, traducendo quelle americane, francesi e spagnole in quelle italiane.

Arrivavano un po’ spauriti, magari stanchi, ma dopo aver finito di provare avevano tutti la stessa espressione sorridente perché in quel momento non erano più solo un numero di prenotazione, ma diventavano parte attiva di uno degli appuntamenti sportivi più importanti, vent’anni dopo Torino 2006.

Guardandoli fieri mentre indossavano le uniformi ho pensato alla comunicazione.

È stato lì che ho capito che non si comunica solo con i comunicati stampa, gli articoli. La comunicazione non è solo racconto, è esperienza condivisa, sono colori che uniscono di qualsiasi nazionalità tu sia.

Come mi ha detto uno dei manager del comitato organizzatore, «un grande evento sportivo non vive soltanto nelle immagini televisive o nei comunicati stampa. Vive nel lavoro invisibile, nella cura, nella disponibilità di chi sceglie di esserci».

Indossare quell’uniforme significa riconoscersi parte di una comunità temporanea che prenderà forma tra piste, palazzetti e città coinvolte.

Consegnare una divisa non è stato solo un compito organizzativo.
È stato il momento in cui migliaia di persone hanno smesso di essere spettatori e sono diventate parte attiva dei Giochi.
A volte la comunicazione comincia così: da una giacca indossata davanti a uno specchio.

Li Wei ha gli occhi che ridono e, prima di andare via con la pesante borsa con tutti i pezzi dell’uniforme, mi chiede di fare un selfie per ricordare quel primo momento di incontro con le Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026.