Di Tiziana Lanuti, Damiana Biga e Manus.
Foto Linda Kaiser
L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è il centro di riferimento nazionale per la robotica e le scienze computazionali, con oltre 1.700 ricercatori provenienti da più di 60 paesi. L’istituto detiene un portafoglio di oltre 1.100 titoli di brevetti attivi, consolidando la posizione dell’Italia tra i leader globali dell’innovazione. La visita ai laboratori di Genova ha rivelato a MediaLab una realtà dove la ricerca pura si trasforma immediatamente in applicazioni industriali e cliniche, superando i confini della sperimentazione accademica.
L’esperienza di MediaLab all’IIT di Genova: alla scoperta della robotica
Ha gli occhi spalancati di un bambino curioso, le guance cicciottelle ma è un robot. Si chiama iCub e fu lui ad accogliere il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la sua prima visita all’Istituto Italiano di Tecnologia. Per noi è solo passato qualche anno da quel giorno, ma per i ricercatori è come se il tempo non viaggiasse al nostro stesso passo: per loro corre alla velocità della luce.
Come associazione Medialab abbiamo avuto l’opportunità di visitare l’IIT grazie alla nostra Valeria Delle Cave – Responsabile dell’ufficio stampa estero dell’istituto – e di vedere da vicino quello che, fino a poco tempo fa, sembrava appartenere solo ai film di fantascienza. Robot umanoidi, sistemi di intelligenza artificiale e applicazioni destinate alla salute, alla ricerca e all’industria raccontano una realtà che avanza molto più in fretta di quanto immaginiamo. Dietro ogni dimostrazione ci sono anni di studio, ricerca, tentativi, errori e competenze diverse che lavorano insieme.
La cosa che colpisce di più è la reazione che queste tecnologie scatenano dentro ognuno di noi. C’è chi si avvicina con il cellulare in mano per riprendere ogni movimento. Chi ascolta in silenzio cercando di capire come quella macchina riesca a rispondere, a muoversi, a imparare. E c’è anche chi rimane qualche passo indietro, incuriosito ma diffidente.
È impossibile non restare affascinati pensando a quello che queste tecnologie potranno fare: aiutare un chirurgo durante un intervento delicato, sostenere un paziente nella riabilitazione, svolgere lavori pesanti o pericolosi al posto dell’uomo, lavorare al fianco dei Vigili del Fuoco, dare contributo e sostegno in innumerevoli campi d’azione, dall’agricoltura alle missioni spaziali, passando per l’edilizia. Ma insieme allo stupore arrivano le domande su come sarà la nostra vita futura: i robot sostituiranno il lavoro umano? L’intelligenza artificiale prenderà decisioni al posto nostro? Possiamo fidarci di sistemi che imparano autonomamente?
Su cosa si concentra la ricerca scientifica dell’Istituto Italiano di Tecnologia?
L’Istituto Italiano di Tecnologia è un centro di ricerca scientifica finanziato dallo Stato che promuove lo sviluppo tecnologico con l’obiettivo di sostenere l’eccellenza nella ricerca di base e in quella applicata per favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale. L’attività di ricerca è caratterizzata da una forte multidisciplinarietà e afferisce a quattro aree scientifiche: robotica, nanomateriali, scienze computazionali e tecnologie per le scienze della vita.
La produzione dell’IT ad oggi vanta più di 20.000 pubblicazioni, oltre 900 progetti competitivi attivi e oltre 60 progetti ERC, più di 1200 titoli di brevetti attivi, oltre 900 contratti di collaborazioni commerciali siglati, 41 start-up costituite e più di 50 in fase di lancio. Lo staff complessivo conta più di 1900 persone, di queste il 50% proviene dall’estero, da 62 Paesi nel mondo. Oltre ai Central Research Laboratories, un network costituito da 4 sedi dislocate sul territorio genovese, l’IIT conta 12 centri di ricerca distribuiti sul territorio nazionale (Treviso, Torino, Aosta, due a Milano, Trento, Ferrara, Roma, Pisa, Pontedera, Napoli, e Lecce) e 2 outstation all’estero (MIT ed Harvard negli USA).
L’impatto dell’IA sul mercato del lavoro in Italia
L’intelligenza artificiale e la robotica collaborativa aumentano la produttività industriale ma richiedono anche una profonda conversione delle competenze professionali. Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), le domande di brevetto per invenzioni industriali in Italia sono cresciute del 18,2% nel 2025, segnale di una forte spinta verso l’automazione. Questa accelerazione è fonte di timori per l’occupazione nei settori a bassa specializzazione, implicando una necessaria e accurata gestione politica e sociale del cambiamento tecnologico.
I robot sostituiranno i lavoratori umani?
È soprattutto il timore per l’occupazione che rende diffidenti: se le macchine saranno in grado di svolgere un numero crescente di attività, quale spazio resterà per chi non possiede competenze altamente specialistiche? Viviamo in una società che ha messo a sistema il precariato, tema molto attuale e purtroppo caratterizzante di tante professioni come quella del giornalismo. Quindi è logico chiedersi che lavoro faranno le persone che oggi sono impiegate in lavori fisici – in edilizia, in agricoltura – che occupazione potranno trovare per vivere. Il lavoro è dignità, è vita, è futuro e se i datori di lavoro potranno usare un robot invece che tre operai, ecco che il sistema ha bisogno di essere aggiornato. La sfida attuale non è la mancanza di lavoro, ma la necessità di formare nuove figure professionali capaci di gestire e manutenere i sistemi intelligenti.
AI Act: il quadro normativo per un’innovazione sicura
Il Regolamento (UE) 2024/1689, noto come AI Act, stabilisce le prime norme armonizzate al mondo per garantire che l’intelligenza artificiale sia etica e sicura. La normativa europea adotta un approccio basato sul rischio: più alto è il potenziale danno ai diritti fondamentali, più stringenti sono gli obblighi per i fornitori. L’AI Act vieta esplicitamente pratiche come il punteggio sociale e la manipolazione comportamentale, proteggendo la dignità dei cittadini e dei lavoratori.
Eppure il timore rimane. E durante la visita è stato interessante osservare come, davanti alle stesse dimostrazioni, le reazioni fossero molto diverse. Alcuni vedevano soprattutto le opportunità offerte dalla ricerca. Altri si soffermavano sui limiti, sui rischi etici, sulla tutela dei dati personali e sulle possibili conseguenze sociali. Nessuno ha davvero ragione o torto. Sono solo modi diversi di guardare allo stesso futuro.
Come vengono tutelati i lavoratori dall’AI Act?
L’AI Act classifica i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per l’assunzione e la gestione del personale come “ad alto rischio”. Questo significa che le aziende devono garantire trasparenza, supervisione umana e accuratezza dei dati quando utilizzano algoritmi per valutare le prestazioni o decidere promozioni e licenziamenti. Tali misure mirano a impedire che le decisioni automatizzate diventino discriminatorie o prive di controllo etico.
Come possiamo prepararci al futuro tecnologico?
La comprensione delle tecnologie emergenti e l’aggiornamento continuo sono le uniche difese contro l’obsolescenza professionale. Il futuro non è un evento improvviso, ma un processo già in corso nei laboratori di Genova, nelle direttive di Bruxelles e nella nostra vita quotidiana. Affrontare questo percorso con curiosità scientifica e rigore normativo permette di trasformare i rischi dell’automazione in opportunità di crescita per l’intero sistema Paese.
Informazione e consapevolezza
L’informazione tecnologica corretta aiuta i cittadini a comprendere il cambiamento senza subirlo passivamente. La visita di Medialab all’IIT di Genova ha evidenziato come la percezione dell’innovazione oscilli tra entusiasmo e diffidenza. In questo senso, il giornalismo può spiegare non solo cosa sappia fare un robot, ma come esso modifichi il tessuto sociale e quali siano le tutele legali esistenti, come il diritto alla spiegazione delle decisioni algoritmiche.
Ogni innovazione importante ha portato con sé entusiasmo e diffidenza: l’intelligenza artificiale non fa eccezione. La differenza rispetto ad altri periodi storici, è che oggi tutto sembra accadere molto più in fretta e noi abbiamo la sensazione di dover capire mentre il cambiamento è già in corso.
Anche per chi fa informazione la sfida è questa. Non basta raccontare ciò che un robot sa fare. Bisogna provare a spiegare che cosa cambia nella vita delle persone, quali opportunità si aprono e quali domande porsi, consapevoli che non necessariamente questo porterà a delle risposte. Perché l’informazione serve soprattutto a questo: aiutare a capire, ad alimentare il dibattito e non per forza a scegliere da che parte stare.
Siamo usciti dai laboratori dell’IIT con molte informazioni in più, ma soprattutto con molte domande. E forse è proprio questo il risultato più importante. Il futuro non è qualcosa che arriverà domani. È già qui. Sta a noi decidere se affrontarlo con paura oppure con la curiosità di chi vuole comprenderlo davvero.


















