Damiana Biga, Manus
Nell’era dei bot, il sistema dell’informazione globale sta vivendo una trasformazione senza precedenti. L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nei processi di creazione e distribuzione dei contenuti non è più una promessa del futuro, ma una realtà che sta riscrivendo le regole del gioco. Oltre l’evoluzione tecnologica, dobbiamo chiederci come questo processo stia ridefinendo il concetto di valore nel mercato della conoscenza. In un mondo dove generare contenuti è diventato un servizio quasi a costo zero, cosa resta di autenticamente prezioso nel mestiere di informare?
L’informazione nell’era dei bot
Ci muoviamo in un web popolato da presenze invisibili. Secondo il Bad Bot Report 2026 di Imperva il 53% di tutto il traffico Internet è generato da bot, e quasi il 40% di questo traffico proviene da bot malevoli. Questo significa che la maggior parte delle interazioni digitali non avviene tra esseri umani, ma tra script automatizzati che “leggono”, indicizzano e, sempre più spesso, “creano” contenuti eseguendo compiti ripetitivi.
In questo ecosistema saturo di segnali sintetici, il rischio non è solo la disinformazione, ma una progressiva svalutazione di tutto ciò che è facilmente replicabile. Come evidenziato da Eleonora Chioda in una recente intervista per il Corriere della Sera , il settore dell’informazione sta subendo una mutazione antropologica. In questa riflessione, emerge con forza una sintesi di Francesco Marconi, pioniere del giornalismo computazionale al MIT di Boston, che cattura l’essenza della sfida attuale: “Tutto ciò che una macchina sa fare gratis, prima o poi smette di avere valore” . La rarità, dunque, non risiede più nella produzione, ma nell’autenticità.
Oltre la logica della demonizzazione
Il mondo dei media manifesta spesso una forte resistenza nei confronti dell’IA: lo abbiamo spesso riscontrato confrontandoci con giornalisti preoccupati delle sorti del proprio ruolo, sicuramente anche per via della crisi dell’editoria. Ma non solo. Quello che abbiamo registrato è una sorta di demonizzazione acritica, alimentata dal timore di una perdita di identità professionale. Tuttavia, questa logica ignora la natura stessa della tecnologia come estensione delle facoltà umane. Come detto da Marconi, l’IA può essere paragonata a un telescopio: uno strumento che allunga la vista dell’astronomo, senza mai sostituirne l’occhio o la capacità di interpretare la volta celeste.
Nonostante l’evoluzione, tendiamo sempre a guardare il progresso tecnologico con diffidenza, eppure la tecnologia può essere definita come ciò che converte un modo in un mezzo, un’abilità in una tecnica, un problema in una risorsa.
In questo senso l’automazione non è il nemico, ma un’opportunità per liberare il professionista dalle incombenze ripetitive e ad alto volume. Sistemi capaci di monitorare milioni di documenti pubblici in tempo reale possono individuare segnali deboli ed errori prima che vengano diffusi come notizia, permettendo al giornalista di dedicarsi ad altro, concentrandosi sull’analisi profonda e sulla verifica sul campo.
L’economicità della produzione: una lama a doppio taglio
Uno dei vantaggi più evidenti dell’integrazione dell’IA è l’abbattimento drastico dei costi di produzione. Oggi, creare testi, analisi e report richiede una frazione del tempo e delle risorse economiche necessarie solo pochi anni fa. Questa “democratizzazione della creazione” permette a piccole realtà e singoli professionisti di competere su scala globale, rendendo il sistema produttivo estremamente efficiente. Tuttavia, questa economicità comporta una responsabilità maggiore. La facilità con cui si può inondare il mercato di contenuti non deve andare a discapito della qualità e della rilevanza, per non alimentare ulteriormente il rumore di fondo digitale.
La sfida dell’accountability
La vera sfida etica non riguarda l’uso della macchina in sé, ma la trasparenza con cui viene impiegata. Qui entra in gioco la consapevolezza. Conoscere gli strumenti significa valutarne i limiti e i rischi. Solo attraverso la conoscenza possiamo sviluppare quella che in inglese viene definita accountability: la capacità di rendere conto delle proprie azioni e di spiegare il “come” e il “perché”.
Se un articolo viene redatto con il supporto di un’agente IA per l’organizzazione dei dati, segnalarlo non sminuisce il lavoro, ma ne aumenta il valore. Integrare l’IA non significa abbandonarsi all’automazione, ma potenziare il pensiero critico.
Risorse, energia e responsabilità
Non dobbiamo dimenticare che l’efficienza digitale ha un costo fisico tangibile. L’Intelligenza Artificiale è una tecnologia “energivora”: secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda globale di elettricità crescerà del 3,6% nel 2026 e di un ulteriore 3,8% nel 2027, rispetto alla crescita del 3% registrata nel 2025.
Per dare un’idea concreta, una singola interrogazione a un modello come ChatGPT consuma circa 0,0029 kWh, ovvero quasi dieci volte l’energia richiesta da una ricerca tradizionale su Google (0,0003 kWh). Anche l’impronta idrica è rilevante, a causa dei sistemi di raffreddamento necessari per i server. Usare l’IA, dunque, non è un atto “neutro”. Proprio come ogni altro strumento a nostra disposizione, va utilizzata in maniera responsabile e consapevole, evitando l’automazione superflua e privilegiando l’uso mirato laddove porti un reale valore aggiunto.
Quando ci sorgono dubbi sulle capacità dell’uomo al confronto con una macchina, non dimentichiamo che mentre il nostro cervello consuma circa 20 Watt per mantenere tutte le funzioni vitali e cognitive (inclusa la ricerca di informazioni), un’unica domanda posta a un’IA consuma circa 10 volte l’energia di una ricerca su Google e richiede una potenza infrastrutturale migliaia di volte superiore a quella biologica.
La fiducia come valuta rara
In un’epoca in cui una macchina può simulare perfettamente lo stile di un grande autore, la vera rarità diventa l’esperienza diretta e la responsabilità individuale. Il pilastro della fiducia poggia ancora sulla presenza umana, su chi mette la propria faccia e il proprio nome dietro una comunicazione.
Il giornalismo di domani dovrà essere una “scienza della verifica”, spostando l’attenzione dal semplice “cosa è successo” al “perché possiamo fidarci”. In un mondo dove la macchina può scrivere tutto, solo l’essere umano può decidere cosa valga davvero la pena di essere scritto, con la consapevolezza che ogni racconto è un atto di responsabilità verso la società.
